La paura del cambiamento

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Se i nostri pazienti riuscissero a cambiare da soli, non verrebbero in terapia.

2014-09-13

È perciò probabile che le offerte di cambiamento che portiamo nelle sedute non saranno inizialmente accettate.


Per questo motivo, ritengo che la prima cosa importante da fare sia lasciare tempo alla persona di raccontarsi, per inserire i “sintomi” nella sua storia di vita e capire che significato e che importanza possano avere avuto fino adesso. La paura del cambiamento si trova facilmente in chi è molto ancorato su posizioni di “difesa”, spesso persone che sono già state male in passato e che tuttavia, pur provando malessere, preferiscono una sicura catapecchia al rischio connesso all’andare a cercarsi una reggia.

Soprattutto da neofiti, si ha la tendenza a voler ottenere tutto e subito dal paziente, probabilmente buttando dentro anche il nostro narcisismo in terapia… “sei arrivato da me, ora penso a tutto io che sono il più bravo”.

Invece, la pazienza è un buon alleato. Soprattutto, pazienti con tratti fobici hanno “paura” ad abbandonare anche la situazione di terapia, ricorrono a co-terapeuti vari (spesso nemmeno professionisti del rapporto di cura), tendono a ripresentare i sintomi quando stanno meglio. Dobbiamo cercare di leggere cosa può significare questo… è la paura dell’abbandono? È una sfida verso il terapeuta? Stiamo sbagliando qualcosa? L’importante, come sempre, è prendere in considerazione il maggior numero possibile di variabili e provare a dare loro un significato nella storia del paziente e del suo percorso terapeutico.

L’ipnosi e la psicoterapia ericksoniana sono alleati sia del terapeuta sia del paziente, per consentire di aggirare le resistenze, senza negarle, ma agendo sulle strutture più radicate dell’inconscio. Non negheremo la possibilità del paziente di avere paura, anzi la paura è molto importante perché ci ha salvati fino adesso, ma perché la paura funzioni bene, la dobbiamo usare solo quando è veramente necessaria.

Qual è allora la giusta durata di una terapia, perché sia visibile la “mano” del terapeuta e contemporaneamente si sia rispettato il tempo di ciascuno, nel diritto anche di tornare indietro? Come diceva G.P. Mosconi, la terapia può dirsi efficace quando i pazienti guariscono prima di quanto ci metterebbero da soli.